Nella polìs greca notevole importanza è affidata al protagonismo maschile, eppure affascina e incuriosisce conoscere quanto le donne fossero invece una voce fuori dal coro.

Spesso quando si parla di polìs è comune pensare alla vita politica e alla democrazia, al fatto che chiunque possa avere “parresia” (dal greco, libertà di parola) in un governo di tipo democratico. Considerando, dunque, che chiunque possa esprimere la propria opinione, si è portati a credere che, allora, tutti i cittadini della polìs greca aderiscano alla vita pubblica.

Invece, già alla genesi della polìs, soltanto i cittadini di sesso maschile, maggiorenni e liberi, possono prendere parte alla vita pubblica. Anche in epoca più tarda, dopo la riforma di Clistene, avvenuta nel 508-507 a.C., all’ecclesìa (ovvero l’assemblea popolare), partecipano tutti i cittadini ad esclusione di donne, schiavi e stranieri (metèci).

La figura femminile è destinata a una vita dietro le quinte. Questo fenomeno è ricorrente nella maggior parte delle poleis greche. Eppure anche le donne, in secondo piano, possiedono abitudini e rigori da rispettare durante la loro vita.

Ad esempio, la società spartana si preoccupa della salute delle donne, costrette ad allenarsi nella corsa e praticare la ginnastica. Il fine della sorveglianza spartana è garantire alle donne un fisico che ne permetta l’ospitazione dei figli durante la gravidanza, pronti per diventare forti e sani soldati.

Polìs di Atene

Anche ad Atene, verso la fine del V sec. a.C., l’avvocato Lisia, in un suo testamento intitolato “Per l’uccisione di Eratostene“, presente alcune caratteristiche delle figure femminili. La donna è un’amministratrice sagace ed economa che dirige la casa, esercita il suo potere sui sudditi dell’abitazione, provvede ad allattare e crescere il figlio, coricandosi accanto ad esso per impedirgli di strillare.

Un altro contemporaneo di Lisia, Senofonte, descrive con chiarezza il motivo per cui le donne devono restare vigili della casa. In tal modo, infatti, un’assidua sorveglianza garantisce alla donna di vedere, ascoltare e chiedere il meno possibile. Oltre a questo, è incaricata di curare tutti i servi che si ammalano ed accettare che, per volontà divina, il suo fisico non sia predisposto alla guerra e al combatti

mento, diversamente dall’uomo.

Senofonte

Un ultimo tracciato storico giunge al tragediografo ateniese Euripide, che nella sua tragedia intitolata “Medea” descrive il dolore e la disperazione di una donna ateniese. Quest’ultima si chiama Medea ed è la protagonista della tragedia. Dopo essersi innamorata di un uomo, concepisce con questi tre figli. Con il passare del tempo, in veste di madre, Medea si rende conto della sfortunata sorte di essere nata donna, al punto di giungere, al termine della tragedia, ad uccidere i suoi figli. Euripide, in particolare, descrive quanto Medea desiderasse morire, poiché le donne non sceglievano ma venivano scelte dal loro marito e costrette a non separarsi da lui, motivo di scandalo.

In conclusione, si riporta una citazione, dal mondo di ieri, di Medea, dall’omonima tragedia. Quest’ultima mette in risalto l’emancipazione e la sofferenza della condizione femminile nella polìs greca:

Vorrei tre volte trovarmi in battaglia che partorire una sola volta“.

Euripide, dalla tragedia “Medea”